Anatomia dell’osceno – Preludio a uno studio dell’oscenità (nell’arte) contemporanea/1

di Roberto Mottadelli

Omnia munda mundis

Paolo di Tarso

 

Ad altri l’universo appare onesto perché gli onesti hanno gli occhi castrati.

È per questo che temono l’oscenità.

Georges Bataille

 

CiceroneChe cosa è osceno? La questione è in prima istanza filosofica – un groviglio difficilmente districabile di antropologia, morale ed estetica. Ma si traduce anche in un’immediata, ineludibile dimensione sociale e politica.

Già ne era consapevole Cicerone il quale, in un noto passaggio del De Officiis, con romano pragmatismo spostava il baricentro della riflessione dalla speculazione al suo aspetto più “concreto”: «Quodque facere non turpe est, modo occulte, id dicere obscenum est[1]». In sostanza non è osceno ciò che, pur essendo osceno, viene taciuto; ma è osceno solo ciò che viene raccontato. Perché solamente quest’ultimo ha conseguenze sulla vita pubblica. Lo stesso Cicerone, nella dimensione più intima delle Epistulae ad Familiares, aggiunse che l’oscenità si moltiplica se e quando viene raccontata in modo esplicito. E di conseguenza polemizzò apertamente contro il lessico franco degli stoici che, da parte loro, avevano negato l’esistenza stessa dell’osceno tanto nella realtà quanto nella sua rappresentazione: «Sic enim disserunt, nihil esse obscenum, nihil turpe dictu[2]». Una logica in sé stringente, ma ritenuta politicamente insostenibile. Non solo all’epoca dell’Arpinate.

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Quando parlare di cucina ha senso

cucina del sensodi Alessandro Milani

Affrontare oggi, anno 2013, il tema della cucina in maniera originale ormai è quasi impossibile.

Siamo infatti immersi, o meglio, sommersi – tanto è forte la sensazione di trovarsi in una situazione pervasiva e fuori dal proprio controllo – da trasmissioni tv, riviste, libri che trattano dell’argomento.

Anche tralasciando le derive ultra pop e molto trash dei cosiddetti vip alle prese con i fornelli e di quelle persone che vip lo sono diventate proprio grazie ai fornelli, senza esser mai stati non dico cuochi ma nemmeno camerieri, resta comunque la mole di informazioni che quasi quotidianamente (se avete un contratto a canali satellitari togliete pure il “quasi”) ci viene fornita.
Ricette, ricette e ancora ricette. Qualche volta presunti trucchi, quasi mai educazione alimentare.

Perché tutto questo? Perché vende, sono le leggi del mercato. Laddove i prodotti di qualità non vengono pagati e sempre meno anche commissionati, si punta al prodotto facile, vendibile, e realizzabile con tanta passione e meno soldi.

Difficile trovare un altro motivo, un altro senso.

Ecco perché, dopo questa lunga e forse banale premessa, che è poi ciò che mi passa per la testa ogni volta che sento la notizia di un nuovo evento mediatico a tema enogastronomico, trovare un volume che parli di cucina in modo completamente diverso è un vero miracolo.

Quale la chiave di lettura nuova? Quella più semplice, mi verrebbe da dire quella “intelligente”, nel senso letterali del termine. Quella cioè che prova a trovare un senso. Ed è ciò che riesce a “La cucina del senso”, edito da Mimesis e curato da Gianfranco Marrone e Alice Giannitrapani.

La casa editrice milanes/sestese si connota per una preparata predilezione per testi filosofici, e qui ci offre quello che sulla carta, anzi, a la carte, sembrerebbe un’antologia di testi di semiotica relativi al tema “cucina”.
Non è soltanto questo, fortunatamente. Fortunatamente perché il volume ha così la possibilità di aprirsi a un pubblico più vasto di quello formato dai semiologi, che pur non rimarranno certo delusi dal livello scientifico dei vari saggi.
Il volume, che nasce anche grazie al Master in Cultura e Comunicazione del Gusto dell’Università di Palermo, è infatti una raccolta di contributi in parte di grandi antropologi, semiologi e filosofi ormai diventati veri classici, e in parte una collezione di interventi di giovani ricercatori, anche italiani (eh, sì, esistono ancora ricercatori italiani!).

Il libro non ha così la pretesa di essere letto in toto per trasmettere il suo senso, ma può offrire spunti interessanti, anche per il semplice curioso, digiuno o quasi di studi filosofici o di comunicazione.

A fianco dei saggi di Barthes, Lévi-Strauss e Bastide – i quali, concedetemelo, danno ossigeno a un laureato in filosofia appassionato di cucina e vittima di clericiumi, parodianesimi e mastersceffismi – ci sono interventi più mirati a individuare quel “senso” nascosto sotto quella narrazione che mira a toccare gli altri “sensi” e che non noteremmo facilmente.

Narrazione televisiva, narrazione testuale, ma anche narrazione attraverso immagini e simboli, ovviamente.

provacuocoEcco quindi, per esempio, il saggio del primo curatore del volume, quel Gianfranco Marrone, ordinario di Semiotica a Palermo, il quale, da buon siciliano, si concentra su La forma dell’arancino; Marialaura Agnello affronta una delle icone pop più famose al mondo in Un Don Giovanni felice. Intorno al logo di McDonald’s, Alice Giannitrapani cerca di capire la comunicazione della Bialetti con il lancio della “moka” Mukka Express, mentre il contributo, assai tecnico, di Algirdas Julien Greimas, La zuppa al pesto o la costruzione di un oggetto di valore, cerca di individuare il PN (il programma narrativo) di una ricetta.

Quelle ricette che ci circondano, che ci stuzzicano, che ci stufano, che riempiono i palinsesti, le riviste e le librerie. Apparentemente senza “senso”…

 

La cucina del senso. Gusto, significazione, testualità. A cura di Gianfranco Marrone e Alice Giannitrapani, Mimesis editore, Sesto San Giovanni (MI), 2012.

www.mimesisedizioni.it